Non posso dire esattamente cosa mi ha fatto sospettare che le nostre nuove vicine fossero prostitute. Il mio incontro più ravvicinato con il mestiere più antico del mondo si limita ad una passeggiata attraverso il quartiere a luci rosse di Amsterdam, lanciando qualche occhiata fugace alle squillo orripilanti dal sicuro della strada, quindi non si può dire che la mia fosse una deduzione data dall’esperienza. Suppongo fosse per il loro abbigliamento tipicamente da sgualdrina, la bigiotteria vistosa e il trucco pesante e il loro andirivieni dall’appartamento accanto. Le vedevo di rado e presumevo che fossero tipe molto tranquille, forse studentesse, ma presto iniziai a notare molti uomini di tutte le età, brutti e nervosi, trascinarsi su e giù per le scale vicine.
All’inizio cercai di tranquillizzarmi sforzandomi di credere che le mie vicine fossero donne incredibilmente socievoli che davano feste tutte le notti. Ma, se fosse stato così, sarebbero state le feste più silenziose che (non) avessi mai sentito. Mi sono aggrappata disperatamente ad altre improbabili ipotesi—forse un circolo di lettura, una famiglia numerosa—ma sapevo che non c’era speranza. L’appartamento accanto al mio era un bordello.
La mia ragazza pensava che la mia teoria fosse l’ennesima fantasia sviluppata dalla mia feconda paranoia. Non posso dire di biasimarla.
Abitavamo nel nuovo appartamento da 6 mesi e durante quel periodo ero diventato un esperto guardone, tenendo gli occhi bene aperti sul mio nuovo vicinato, annotandomi mentalmente il numero del commissariato più vicino, per sicurezza. Quindi stetti zitto per un po’, dopo aver esternato i miei sospetti per la prima volta, e mi convinsi che probabilmente aveva ragione la mia ragazza. Ma non molto tempo dopo anche lei iniziò a pensarla come me.
Iniziò tutto con il nostro citofono, che cominciò a suonare la mattina presto, cosa che accadeva molto frequentemente durante il week end ma quasi mai quando stavamo effettivamente aspettando ospiti. Le prima volte furono giustificabili—dopotutto è facile premere per errore il pulsante 4-1 invece del 4-2 e forse i loro amici non sapevano esattamente dove abitassero quelle donne. Ma ciò che cominciò come un leggero fastidio diventò un incubo senza fine finché non decidemmo di applicare un interruttore al nostro campanello per poterlo spegnere di notte e trovare un po’ di pace. E io, lavorando da casa mentre mia moglie era in ufficio, potevo sentire per tutta la giornata i clienti che si davano il cambio.
Aspettai che un altro cliente suonasse accidentalmente il mio campanello—lo lasciai acceso durante il giorno—poi decisi che era tempo di scendere giù per poter almeno intravedere il viso della ragazza mentre entrava il fesso. Provai molte volte ma ce le feci in una sola occasione; le donne si assicuravano sempre che nessuno le vedesse da fuori e si nascondendosi dietro la porta. Nell’unica occasione in cui non furono così prudenti ne spiai due mentre accoglievano nell’ingresso un ragazzo dalla faccia terrorizzata, avvolte in eleganti vestaglie dall’orlo di nylon.
Poi un giorno trovai un avviso di raccomandata che mi informava che un pacco per me era stato lasciato ai vicini del 4-2. La mia ragazza era tornata presto da lavoro, così le lasciai il compito di ritirare il pacco in modo tale che potesse vedere con i suoi occhi cosa stava succedendo nella casa accanto. Bussò alla porta poco prima delle 17 e fu accolta da una donna agitata e paonazza coperta da una vestaglia e da un profumo fortissimo. Quando tornò, la faccia della mia ragazza era eloquentissima; si era convinta, finalmente. Ne parlammo sottovoce nell’ingresso per un po’ e poi decidemmo di lasciar perdere.
Ma il business cominciò ad avere successo. Per le ragazze di chiaro talento il via vai e gli affari schizzarono alle stelle e le code costanti di clienti vogliosi divennero insopportabili.
Una volta, dopo aver suonato il campanello del bordello, un uomo bussò per sbaglio alla mia porta. Era mattina presto. Pensai che fosse il postino e risposi. Non mi guardò neanche e tacque, fissando furtivamente il pavimento e cercando di entrare nel mio appartamento, scambiandomi forse per un buttafuori. Lo fermai con una mano e alzò lo sguardo. Non ci fu bisogno di dire niente, capì il suo errore immediatamente e se ne andò scusandosi mentre si dirigeva verso l’appartamento accanto. Questo poi cominciò ad accadere così spesso che misi un martello accanto alla porta nel caso ne avessi avuto bisogno per proteggere il mio bambino neonato e la mia ragazza da qualche omaccione eccitato e sbronzo. Fortunatamente non ebbi mai la necessità di usarlo, ma le cose iniziarono a mettersi male in quel periodo.
L’episodio peggiore accadde qualche settimana dopo. Era molto tardi e la mia ragazza e il bambino dormivano, ma io ero sveglio come sempre, il solito lavoratore notturno. Sentii confusione fuori dalla mia porta ma la ignorai, da quanto mi ero abituato. Stava evidentemente aumentando, quindi mi avvicinai furtivamente alla porta e vidi la scena dallo spioncino. Stavano cercando di cacciare un cliente che, totalmente ubriaco, stava provando a parlare e a rientrare nel bordello. Alla fine rinunciò ma decise che la migliore strategia era quella di sdraiarsi sulle scale e gridare oscenità verso l’appartamento delle prostitute. Resosi conto dell’inutilità del gesto, si rimise in piedi a fatica e iniziò a prendere a pugni la porta finché una prostituta senza alcuna difficoltà lo spinse sul pianerottolo e gli disse di andare a farsi fottere. L’uomo provò ad alzarsi ma non ci riuscì, e la sua prossima tattica fu quella di dirle in modo estremamente esplicito in che modo le avrebbe fatto del male. Lei rispose: "Fottuto...—vuoi un coltello o una pistola?”. Digitai velocemente il numero del commissariato che avevo memorizzato mesi addietro.
Stavamo progettando di portare il nostro bambino a trovare i nonni in ogni caso, così quello sembrò il momento migliore. Facemmo le valigie e sparimmo per più di un mese e passammo molto tempo pensando a come risolvere il problema al ritorno. Sarebbe stato saggio andare alla polizia o avremmo rischiato di subire la rappresaglia di qualche delinquente? Ero comprensibilmente agitato per tutti noi ma non menzionai mai la “questione-pistola”, decidendo quindi che sarebbe stato meglio sopportane il fardello finché non avessimo progettato un piano d’azione. Alla fine mi decisi a rivolgermi alla polizia sperando che la solidarietà del vicinato non ci abbandonasse.
Ma tornammo a casa circa 5 settimane dopo e di loro nessuna traccia. Apparentemente avevano la scena durante la notte in nostra assenza, quindi forse la polizia era già informata sulla loro attività. Partendo avevano lasciato un sacco di roba, che fu buttata in strada dai nuovi inquilini del 4-2. E là fuori, all’angolo, c’è un divano gigante e leopardato. Dopo settimane di preoccupazione, penso di avere anche ridacchiato un po’.
AIDAN MOFFAT
Woweee!
Scritto da: Spruff | 07/09/09 a 11:16
Aiuto!
Scritto da: Nell | 07/09/09 a 11:46
La storia è carina ma raccontata male.è finito il vicinato tra ciccioni sbronzi e manager con la fede nel taschino del trench,quindi abbraccia forte,forte l ironia e prendila con piu sarcasmo questa storia.non prima di aver riposto il martello nella cassetta degli attrezzi magari..
Scritto da: Stefano | 11/09/09 a 22:08
povere lavoratriuci
Scritto da: pippo | 30/09/09 a 16:08